La cosiddetta Guardia costiera libica aprì il fuoco sull’equipaggio. Sea-Watch presenta una denuncia penale in Italia e una in Germania
Berlino/Roma, 13 aprile 2026 – Dopo un minuzioso lavoro di ricostruzione dei fatti, l’Ong Sea-Watch, insieme ai membri dell’equipaggio della Sea-Watch 5, ha presentato denunce penali in Germania e in Italia presso il tribunale di Roma contro la cosiddetta Guardia costiera libica. Durante un’operazione di soccorso in acque internazionali, il 26 settembre 2025, l’equipaggio della Sea-Watch 5 e le 66 persone soccorse sono state aggredite, minacciate ed è stato sparato un colpo d’arma da fuoco da una motovedetta libica. Le denunce includono accuse gravi, tra cui quella di pirateria così come configurata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS) e dalla Convenzione per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima (SUA), come recepite dal codice della navigazione italiano e dalla legge 422/1989. Sea-Watch invita le autorità italiane e tedesche a indagare sul caso e a perseguire i responsabili.
Da anni, come società civile nel Mediterraneo, chiediamo la cessazione di ogni forma di cooperazione con le milizie libiche, poiché essa comporta una responsabilità diretta, legittimando e sostenendo le forze coinvolte.
La portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi ha dichiarato: «Nonostante l’altissimo tasso di violenza contro le persone in fuga e contro le organizzazioni non governative, le milizie libiche continuano a ricevere sostegno politico e materiale da parte del Governo italiano e riconoscimento da parte degli Stati membri dell’Unione europea. L’impunità equivale di fatto a incoraggiare ulteriore violenza. L’Unione europea dovrebbe porre fine a ogni forma di cooperazione e l’Italia dovrebbe stracciare l’accordo Italia-Libia».
Come ricostruito nella denuncia, è di donazione italiana la motovedetta libica che ha ripetutamente ordinato all’equipaggio di interrompere l’operazione di salvataggio e di lasciare l’area, nonostante l’intervento si svolgesse in acque internazionali e fosse conforme al diritto internazionale. Durante lo svolgimento delle operazioni di soccorso sono state rivolte gravi minacce, effettuate manovre pericolose a distanza ravvicinata ed è stata messa in grave pericolo la sicurezza sia dei naufraghi che dell’equipaggio, costringendo così i soccorritori a non seguire le procedure standard per lasciare il più velocemente possibile la scena e mettersi al riparo dall’attacco. Infine è stato esploso un colpo d’arma da fuoco a distanza ravvicinata, costringendo il comandante a lanciare una richiesta di soccorso (Mayday). La motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica si è messa all’inseguimento e si è ritirata solo all’arrivo di un aereo dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex).
Già il 24 agosto 2025 la cosiddetta Guardia costiera libica aveva aperto il fuoco per circa 20 minuti contro la nave di soccorso Ocean Viking, operata dall’ONG SOS MÉDITERRANÉE. Questi attacchi sono solo gli ultimi di una lunga serie di violenze che Sea-Watch ha monitorato e testimoniato negli anni.
Le denunce vengono presentate mentre entrambe le navi di Sea-Watch — la Sea-Watch 5 e l’Aurora — sono attualmente sottoposte a fermo amministrativo in Italia per essersi rifiutate di comunicare con le stesse milizie libiche che l’anno scorso avevano aperto il fuoco contro di loro. Da anni, le persone in fuga vengono intercettate in mare da unità libiche, spesso con l’uso di violenza estrema, e riportate forzatamente in Libia, dove sono detenute e subiscono abusi. In risposta, Sea-Watch ha aderito, insieme ad altre organizzazioni civili di ricerca e soccorso, all’alleanza Justice Fleet. La coalizione rifiuta collettivamente di comunicare con queste milizie.






