23 000 Lives

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Nel Mediterraneo le persone continuano a morire. Ogni giorno.

Dopo sette anni, tutte le accuse sono cadute. Ma la Iuventa è stata distrutta durante il sequestro. È arrugginita nel porto di Trapani ed è stata restituita come relitto nel 2024. Jugend Rettet sta portando avanti un’azione legale per ottenere un risarcimento per la nave danneggiata e saccheggiata.

Il procedimento penale contro l’equipaggio della Iuventa è finito, ma le persone continuano a morire nel Mediterraneo senza sosta. Per questo le navi di Sea-Watch continuano a operare nelle stesse acque in cui un tempo navigava la Iuventa.

Sea-Watch e l’equipaggio della Iuventa condividono gli stessi valori e lavorano come alleati. Attivisti e attiviste di Jugend Rettet e membri dell’equipaggio della Iuventa sono diventati parte attiva di Sea-Watch: come membri degli equipaggi a bordo delle navi o nel lavoro dell’organizzazione a terra.

La tua donazione sostiene le attuali operazioni di soccorso di Sea-Watch nel Mediterraneo. Allo stesso tempo, una parte delle donazioni va all’equipaggio della Iuventa per coprire i costi del processo e finanziare il loro lavoro in corso.

La Iuventa non era un set cinematografico: era una parte viva della nostra flotta civile. Gestita da più di 200 volontari e volontarie, ha contribuito al soccorso di oltre 23.000 persone. Poi la nave è stata sequestrata dalle autorità italiane e l’equipaggio è stato accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”.

Il processo è diventato uno spettacolo e ha imposto una nuova narrazione: chi aiutava non veniva più visto come soccorritore, ma come criminale. Il caso è emblematico di uno sviluppo in tutta Europa: la criminalizzazione sistematica della migrazione e della solidarietà.

Dopo sette anni, tutte le accuse sono cadute. Ma la Iuventa è stata distrutta durante il sequestro. È arrugginita nel porto di Trapani ed è stata restituita come relitto nel 2024. Jugend Rettet sta portando avanti un’azione legale per ottenere un risarcimento per la nave danneggiata e saccheggiata.

Il procedimento penale contro l’equipaggio della Iuventa è finito, ma le persone continuano a morire nel Mediterraneo senza sosta. Per questo le navi di Sea-Watch continuano a operare nelle stesse acque in cui un tempo navigava la Iuventa.

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La Iuventa non era un set cinematografico: era una parte viva della nostra flotta civile. Gestita da più di 200 volontari e volontarie, ha contribuito al soccorso di oltre 23.000 persone. Poi la nave è stata sequestrata dalle autorità italiane e l’equipaggio è stato accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”.

Basato su una storia vera la realtà

Documenti originali, trascrizioni processuali, carte nautiche, dichiarazioni di testimoni – per chi vuole sapere più di quanto mostra Netflix: Visita il sito della Iuventa per informazioni di approfondimento

Il procedimento penale contro l’equipaggio della Iuventa è finito, ma le persone continuano a morire nel Mediterraneo senza sosta. Per questo le navi di Sea-Watch continuano a operare nelle stesse acque in cui un tempo navigava la Iuventa.

Sea-Watch e l’equipaggio della Iuventa condividono gli stessi valori e lavorano come alleati. Attivisti e attiviste di Jugend Rettet e membri dell’equipaggio della Iuventa sono diventati parte attiva di Sea-Watch: come membri degli equipaggi a bordo delle navi o nel lavoro dell’organizzazione a terra.

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Sea-Watch, insieme a Jugend Rettet, è stata una delle prime organizzazioni civili di soccorso in mare nel Mediterraneo. Oggi operiamo con tre navi di soccorso e dal 2015 abbiamo contribuito al salvataggio di oltre 50.000 persone. Il nostro equipaggio è presente quando le imbarcazioni sono in pericolo – indipendentemente dalla nazionalità o dall’origine delle persone a bordo.

Ma anche il nostro lavoro viene ripetutamente criminalizzato. Dopo che milizie libiche hanno aperto il fuoco contro il nostro equipaggio e contro persone soccorse a maggio, le autorità italiane stanno ora indagando sul capitano della nostra Sea-Watch 5 – anche per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”.

Ciò che il film mostra resta una dura realtà ancora oggi.

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Zwei Personen von Sea-Watch befinden sich wenige Meter vor einem Seenotrettungsfall und statten Menschen mit Rettungswesten aus.

Sea-Watch, insieme a Jugend Rettet, è stata una delle prime organizzazioni civili di soccorso in mare nel Mediterraneo. Oggi operiamo con tre navi di soccorso e dal 2015 abbiamo contribuito al salvataggio di oltre 50.000 persone. Il nostro equipaggio è presente quando le imbarcazioni sono in pericolo – indipendentemente dalla nazionalità o dall’origine delle persone a bordo.

Ma anche il nostro lavoro viene ripetutamente criminalizzato. Dopo che milizie libiche hanno aperto il fuoco contro il nostro equipaggio e contro persone soccorse a maggio, le autorità italiane stanno ora indagando sul capitano della nostra Sea-Watch 5 – anche per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”.

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Ma anche il nostro lavoro viene ripetutamente criminalizzato. Dopo che milizie libiche hanno aperto il fuoco contro il nostro equipaggio e contro persone soccorse a maggio, le autorità italiane stanno ora indagando sul capitano della nostra Sea-Watch 5 – anche per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”.

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I veri criminali

Conosci i titoli: “scafisti senza scrupoli, ONG come ‘servizio taxi’ per reti criminali”. Ecco la verità: la criminalità organizzata nel Mediterraneo esiste. Ma i responsabili indossano giacca e cravatta o uniformi, non giubbotti di salvataggio.

Il vero scandalo non è mai stato il procedimento contro l’equipaggio della Iuventa. Era ciò che continuava nel frattempo: persone lasciate annegare, la cooperazione delle autorità europee con milizie libiche, l’impunità dei responsabili delle violazioni quotidiane dei diritti umani.

Questa è la storia della Iuventa – missioni di soccorso, blocchi politici e un sistema che criminalizza la solidarietà per difendere il regime di frontiera europeo.

FAQ – Domande frequenti sul soccorso civile in mare

Perché soccorrete persone nel Mediterraneo?

Sea-Watch è stata fondata come organizzazione civile di soccorso in mare in risposta al fallimento deliberato dell’Unione europea e dei suoi Stati membri. Dal 2014, secondo i dati ufficiali, più di 33.000 persone sono morte tentando di attraversare il Mediterraneo.1 Per cercare protezione in Europa ed esercitare il proprio diritto a una procedura d’asilo, le persone sono costrette ad attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni non idonee alla navigazione. Invece di organizzare il soccorso in mare a livello statale e garantire il salvataggio di vite umane, l’Unione europea continua a blindarsi e lascia annegare le persone nel Mediterraneo come scelta politica calcolata. Non possiamo restare a guardare. Sea-Watch chiede vie di ingresso sicure e legali e libertà di movimento per tutte e tutti. Nessuna persona deve morire tentando di attraversare un confine.

1 Scheda dati IOM https://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean, consultata il 27.11.2025.

Come viene finanziata Sea-Watch e dove vanno i soldi?

Sea-Watch è un’associazione fondata nel 2015 e riconosciuta come organizzazione senza scopo di lucro in Germania. Il nostro lavoro è finanziato esclusivamente tramite donazioni private e la vendita di merchandising. Il nostro rapporto annuale, con una ripartizione dettagliata di entrate e uscite, è disponibile pubblicamente.

La maggior parte delle donazioni va al funzionamento delle nostre navi e dei nostri aerei da ricognizione. Gli equipaggi a bordo lavorano in parte su base volontaria; tuttavia alcune posizioni sono ormai coperte stabilmente, perché dobbiamo garantire un certo grado di continuità e, per esempio, abbiamo bisogno di ufficiali nautici affidabili che conoscano molto bene motori e navi. Lo stesso vale per l’equipaggio aereo, composto da alcuni membri del team a tempo pieno e da molti volontari. Esiste inoltre un team a terra in crescita di personale a tempo pieno che garantisce un lavoro continuo e sostenibile.

Nel 2024, il 78,36% delle nostre spese è stato destinato a progetti conformi allo statuto dell’organizzazione. Ciò comprende l’operazione delle nostre navi di soccorso Sea-Watch 5 e Aurora, le missioni civili di ricognizione aerea con i nostri aerei Seabird, il supporto ai progetti, il lavoro mediatico e politico di pubbliche relazioni e il sostegno alle operazioni di soccorso di altre organizzazioni. Il 9,93% delle spese è andato all’amministrazione, compresi coordinamento organizzativo, IT e contabilità finanziaria. L’11,71% delle spese è stato utilizzato per l’acquisizione e la fidelizzazione dei donatori.

Quante persone sono in fuga nel mondo? Quante cercano di fuggire attraversando il Mediterraneo?

Attualmente circa 117 milioni di persone nel mondo sono costrette alla fuga. Più della metà, 73,5 milioni, sono sfollate interne e cercano rifugio all’interno del proprio Paese d’origine.2

Solo una frazione delle persone in fuga nel mondo cerca e trova una via verso l’Europa. L’Unione europea conta circa 450 milioni di residenti. Le persone che arrivano e cercano protezione rappresentano quindi una piccola percentuale della popolazione che vive nell’UE.

Dal 2015, secondo i dati ufficiali, quasi 2,8 milioni di persone sono arrivate in Europa via mare.3 Questo dato include le rotte del Mediterraneo occidentale, centrale e orientale verso Spagna, Italia, Malta, Grecia e Cipro. Il numero totale di persone che tentano la traversata del Mediterraneo non viene registrato statisticamente.

 

2 https://www.unhcr.org/refugee-statistics/, ultima consultazione 27.11.2025
3 https://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean, ultima consultazione 27.11.2025

Dove operano le navi civili di soccorso?

Le navi civili di soccorso nel Mediterraneo centrale operano in acque internazionali a nord della Libia. Le acque territoriali di uno Stato si estendono fino a 12 miglia nautiche dalla costa. Oltre si trova la cosiddetta zona contigua, fino a 24 miglia nautiche, in cui lo Stato costiero ha determinati diritti, compresi quelli di applicazione della legge. I nostri soccorsi avvengono al di fuori delle acque libiche e generalmente anche al di fuori di questa zona contigua.

Le persone salgono sui barconi solo perché sperano di essere soccorse dalle navi delle ONG?

“Nessuno mette i propri figli su una barca se l’acqua non è più sicura della terra.”4

La poesia della poetessa britannico-somala Warsan Shire parla chiaramente: le persone rischiano questa traversata mortale perché non hanno altra scelta. Si trovano in una situazione di emergenza acuta, in fuga da guerre, persecuzioni e povertà.

La domanda richiama il falso argomento ormai consolidato del cosiddetto pull factor,5 confutato più volte. Secondo questa tesi, la presenza di navi di soccorso influenzerebbe il numero di imbarcazioni in partenza, per esempio dalla Libia. Tuttavia, studi dell’Università di Oxford, del Migration Policy Centre e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), tra gli altri, dimostrano da anni che non esiste correlazione tra la presenza di navi ONG e il numero di imbarcazioni in partenza dalla Libia.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: più navi non significano più barche. Ma meno navi significano più morti. Condanniamo con forza la richiesta disumana di lasciare annegare le persone in fuga come deterrente per altre.

 

4 Warsan Shire 2015: Home, http://seekershub.org/blog/2015/09/home-warsan-shire/ (ultima consultazione 11.06.2024).

5 Vedi: Cusumano, E., & Villa, M. 2020: Over troubled waters: maritime rescue operations in the central Mediterranean, disponibile su: https://publications.iom.int/books/migration-west-and-north-africa-and-across-mediterranean-chapter-16 (ultima consultazione 11.06.2024)

Cusumano, E., & Villa, M. 2019: Sea rescue NGOs : a pull factor of irregular migration?, disponibile su: https://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/65024/PB_2019_22_MPC.pdf?sequence=5 (ultima consultazione 11.06.2024)

Steinhilper, E. and Gruijters, R. 2017: Border Deaths in the Mediterranean: What We Can Learn from the Latest Data, disponibile su: https://www.law.ox.ac.uk/research-subject-groups/centre-criminology/centreborder-criminologies/blog/2017/03/institutional (ultima consultazione 11.06.2024).

Come identificate un’imbarcazione in pericolo?

I gommoni, le imbarcazioni di legno e quelle di metallo che incontriamo nel Mediterraneo centrale soddisfano tutti i criteri che definiscono un’emergenza marittima, secondo il servizio scientifico del Bundestag tedesco, fin dal momento in cui lasciano la costa. Il parere giuridico afferma: “In generale, si parla di pericolo in mare quando vi è il ragionevole presupposto che un’imbarcazione e le persone a bordo non possano raggiungere un luogo sicuro senza assistenza esterna e andranno perdute in mare. Ciò include l’incapacità dell’imbarcazione di manovrare, la mancanza di attrezzature di salvataggio a bordo, il sovraffollamento che mette a rischio la salute dei passeggeri o la sicurezza dell’imbarcazione, o una fornitura insufficiente di cibo, acqua potabile e farmaci necessari per i passeggeri.”6

Possiamo riconoscere immediatamente, sia dall’acqua sia dall’aria, che le imbarcazioni non sono idonee alla navigazione, e non abbiamo altra scelta che prestare assistenza immediata – sia dal punto di vista legale sia da quello umano.

 

6 https://www.bundestag.de/resource/blob/544308/4fd454905b658f3d60a5a741dcc4f514/wd-2-013-18-pdf-data.pdf (ultima consultazione 11.06.2024)

Com’è una operazione di soccorso?

Ci sono diversi modi in cui veniamo a conoscenza di un’imbarcazione in pericolo:

Uno scenario è la segnalazione di un’imbarcazione in pericolo da parte delle autorità statali competenti, come il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano (MRCC Roma) o il Centro di coordinamento del soccorso maltese (RCC Malta). Dopo l’informazione e il coordinamento da parte dello Stato competente (Italia o Malta), ci dirigiamo verso la posizione segnalata ed effettuiamo il soccorso.

Purtroppo gli Stati stanno sempre più venendo meno ai loro obblighi di coordinamento. Per questo è ancora più essenziale che le persone in pericolo in mare continuino a essere individuate e sostenute grazie agli sforzi instancabili della società civile – soprattutto grazie al lavoro dell’iniziativa Watch the Med – Alarm Phone e alle missioni dei nostri aerei da ricognizione Seabird 1 e Seabird 2.

Accade anche che il nostro equipaggio avvisti direttamente un’imbarcazione in pericolo e possa impostare la rotta di conseguenza. Indipendentemente da come veniamo a conoscenza dell’emergenza, in tutti i casi informiamo immediatamente le autorità statali competenti. Trasmettiamo tutte le informazioni disponibili, come posizione, numero approssimativo di persone a bordo e condizioni dell’imbarcazione. Chiediamo inoltre alle autorità di assumere il coordinamento e impartire ulteriori istruzioni.

Con la nostra nave civile di soccorso ci avviciniamo rapidamente al luogo dell’emergenza e lungo il percorso caliamo in acqua i nostri gommoni rigidi (RHIB). Questi trasportano giubbotti di salvataggio sufficienti per tutte le persone a bordo. Per prima cosa parliamo con le persone per calmarle ed evitare che si gettino in acqua in preda al panico, e distribuiamo i giubbotti. Bambini piccoli e persone ferite o prive di conoscenza vengono evacuati per primi e portati rapidamente sulla nave, dove il team medico se ne prende cura. Poi trasferiamo gradualmente tutte le persone dall’imbarcazione alla nave.

A bordo, i nostri medici identificano persone ferite, malate, incinte o altrimenti particolarmente vulnerabili e iniziano il trattamento nella struttura medica di bordo. Spesso le persone hanno ustioni provocate dalla miscela di carburante e acqua salata in cui sono state costrette a sedere per ore o giorni, e molte sono disidratate. Quando abbiamo a bordo emergenze mediche particolarmente gravi che non possono essere trattate in mare, chiediamo immediatamente alle autorità competenti di organizzare un’evacuazione. Ogni persona a bordo riceve un kit igienico e una borraccia ricaricabile; a seconda del tempo distribuiamo coperte di emergenza o coperte calde. Contiamo le persone e inviamo un rapporto dettagliato alle autorità competenti. Dal 2018 è diventata una triste realtà che le navi civili di soccorso debbano di solito attendere giorni o persino settimane dopo un soccorso prima di ricevere il permesso di sbarcare in un porto sicuro.

Cosa succede alle persone dopo essere state soccorse da una situazione di pericolo in mare?

Secondo il diritto marittimo internazionale applicabile, le persone soccorse in mare devono essere portate in un porto sicuro.7 Un cosiddetto “place of safety” deve soddisfare diverse condizioni – per esempio, deve essere garantito l’accesso ai beni essenziali e la protezione delle persone soccorse dalla persecuzione.8

Negli ultimi anni, il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma ha coordinato tutti i soccorsi e assegnato a noi e a tutte le altre navi civili di soccorso in mare porti di sbarco nel sud Italia.

Dopo il cambio di governo in Italia a metà 2018, alle navi di soccorso vennero inizialmente assegnati porti con ritardi, e poi per un periodo non ricevettero alcuna assegnazione. La “Dichiarazione di Malta”, adottata nel settembre 2019 da Germania, Francia, Malta e Italia, proponeva un meccanismo volontario pensato per contribuire a un’assegnazione rapida e affidabile di un luogo sicuro.9

Ciononostante, occorrono ancora giorni o settimane – come nel caso della nave mercantile Maersk Etienne10 – prima che le navi con persone soccorse in mare possano sbarcare in un porto europeo. Durante questo periodo, i governi degli Stati membri europei negoziano quale Paese accoglierà quante persone tramite una cosiddetta procedura di “relocation”. Finché le quote di accoglienza non vengono definite, le persone sopravvissute devono continuare ad aspettare a bordo delle navi.

I racconti delle persone soccorse in mare mostrano inoltre che a volte devono attendere mesi senza ulteriori informazioni per il trasferimento nel loro “Paese di destinazione” e, per esempio in Germania, si trovano rapidamente di fronte a dinieghi e minacce di deportazione.11 La nostra richiesta di “porti sicuri” che siano davvero “sicuri” e offrano alle persone una prospettiva di permanenza continua quindi a non essere soddisfatta.

 

7 Convenzione SAR del 1979, Allegato, Capitolo 1, 1.3.2.

8 Un’ulteriore specificazione del “place of safety” si trova nella Risoluzione IMO MSC.167(78), adottata dal Comitato per la sicurezza marittima nel 2004: https://wwwcdn.imo.org/localresources/en/OurWork/Facilitation/Documents/MSC.167%20(78).pdf

9 Joint Declaration of Intent on a Controlled Emergency Procedure – Voluntary Commitments by Member States for a Predictable Temporary Solidarity Mechanism, 23.09.2019, https://download.repubblica.it/pdf/2019/politica/joint-declaration.pdf (ultima consultazione 09.02.2021).

10 https://www.theguardian.com/world/2020/sep/13/migrants-land-in-sicily-after-longest-standoff-in-european-maritime-history (ultima consultazione 09.02.2021).

11 https://eu-relocation-watch.info/

Perché non portate le persone soccorse in Tunisia?

La Tunisia non può essere considerata un luogo sicuro di sbarco per le persone soccorse nel Mediterraneo centrale per diverse ragioni:

La Tunisia non dispone di un sistema nazionale di asilo. Ciò significa che non esiste una procedura nazionale per valutare lo status di rifugiato e nessun quadro giuridico per ottenere un permesso di soggiorno.12 L’asilo è un diritto umano, e l’impossibilità di richiederlo costituisce quindi una violazione dei diritti fondamentali.

Inoltre, le persone soccorse possono appartenere a gruppi esposti a rischi specifici di persecuzione: figure dell’opposizione tunisina in fuga dal Paese stesso, per esempio, rischiano detenzione e maltrattamenti.13 Riportare queste persone in Tunisia violerebbe palesemente il principio di non-refoulement.14 La Tunisia continua inoltre a criminalizzare le relazioni tra persone dello stesso sesso e deve quindi essere considerata insicura per le persone LGBTIQ+.15

Esistono anche segnalazioni di detenzione arbitraria di migranti, che non sono stati informati della base giuridica o della durata della detenzione, né hanno potuto esercitare il diritto a un’assistenza legale, a interpreti o a contattare il proprio consolato.16

Sussiste inoltre il rischio di deportazioni a catena per le persone che sbarcano in Tunisia, come documentato nel caso delle persone a bordo della Maridive 601 nel 2019.17

 

12 Global Detention Project 2020: Country Report Immigration Detention in Tunisia, Shrouded in Secrecy, https://www.globaldetentionproject.org/wp-content/uploads/2020/03/GDP-Immigration-Detention-in-Tunisia-March-2020.pdf (ultima consultazione 29.01.2021).
13 Global Detention Project 2020: Country Report Immigration Detention in Tunisia, Shrouded in Secrecy, https://www.globaldetentionproject.org/wp-content/uploads/2020/03/GDP-Immigration-Detention-in-Tunisia-March-2020.pdf (ultima consultazione 29.01.2021).
14 Il principio di non-refoulement previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati vieta il ritorno di una persona in un Paese in cui rischia tortura, trattamenti inumani o altre gravi violazioni dei diritti umani.
15 Human Rights Watch 2020: Tunisia: Two-Year Sentence for Homosexuality, https://www.hrw.org/news/2020/07/06/tunisia-two-year-sentence-homosexuality# (ultima consultazione 29.01.2021).
16 Informazioni dettagliate e rapporti si trovano nel rapporto nazionale di Amnesty International “Tunisia 2017/2018”.
17 Vedi: https://www.theguardian.com/global-development/2019/aug/26/un-agency-accused-of-pressuring-refugees-to-return-to-bangladesh (ultima consultazione 29.01.2021).

Perché non portate le persone soccorse in Germania?

La maggior parte dei nostri soccorsi avviene nella zona di ricerca e soccorso libica. Tuttavia la Libia non è un luogo sicuro per lo sbarco (vedi domanda sopra), né il Centro libico di coordinamento del soccorso marittimo soddisfa gli standard internazionali stabiliti dall’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale).18 Inoltre, Malta da alcuni anni tiene chiusi i propri porti alle navi civili di soccorso; alla fine ci vengono quindi assegnati porti di sbarco nel sud Italia.

Il viaggio dal Mediterraneo centrale alla Germania richiederebbe diverse settimane, e una nave di soccorso non è un luogo in cui le persone possano restare più a lungo del necessario. Le persone soccorse si trovano spesso in condizioni di salute critiche e devono ricevere assistenza medica e poter riposare a terra il più rapidamente possibile.

Dopo lo sbarco in Italia, chiediamo una distribuzione rapida e solidale delle persone in cerca di protezione in tutta Europa. Riconosciamo che soprattutto Italia e Malta, ma anche Grecia e Spagna, sono state e continuano a essere lasciate sole troppo a lungo dagli altri Stati membri europei. Chiediamo una distribuzione rapida all’interno dell’Unione europea, basata sui bisogni e sui desideri delle persone interessate, e che offra loro il diritto di restare.

 

18 https://www.bundestag.de/resource/blob/565680/314bc300770c6f5a3fe3b19b869f17f3/wd-2-103-18-pdf-data.pdf (ultima consultazione 15.03.2021).

Perché non portate le persone soccorse in Libia?

La Libia non è in nessun caso un luogo sicuro per le persone in fuga. Le condizioni nei centri di detenzione libici sono state documentate innumerevoli volte, sia dall’ONU sia da numerose organizzazioni per i diritti umani.19 In questi centri di detenzione le persone subiscono gravissime violazioni dei diritti umani, tra cui tortura, abusi, violenza sessuale e detenzione arbitraria.

Il diritto marittimo internazionale stabilisce che le persone soccorse in mare devono essere portate in un luogo sicuro. Ciò significa che devono essere garantiti beni essenziali, accesso alle cure mediche di base e protezione dalla persecuzione.20

Anche la Convenzione di Ginevra sui rifugiati vieta di riportare persone in un Paese in cui la loro vita e la loro libertà sono a rischio.21 Il principio di non-refoulement è sancito anche dall’art. 3 della Convenzione ONU contro la tortura (CAT) e dall’art. 19(2) della Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Chi riporta persone in Libia viola il diritto internazionale. La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha già condannato l’Italia nel 2012, nella cosiddetta sentenza “Hirsi Jamaa”, per aver respinto rifugiati verso la Libia.22

 

19 https://www.amnesty.org/en/documents/mde19/3084/2020/en/; https://www.refworld.org/pdfid/5f1edee24.pdf (entrambi ultima consultazione 09.02.2021).

20 Convenzione SAR del 1979, Allegato, Capitolo 1, 1.3.2.

21 Articolo 33, paragrafo 1, Convenzione di Ginevra sui rifugiati 1951.

22 http://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-109231 (ultima consultazione 09.02.2021).

Cosa chiedete alle autorità e alla politica europee?

Le nostre richieste principali al governo federale tedesco e alle istituzioni dell’UE sono direttamente attuabili e porrebbero fine alla pratica politicamente motivata di lasciare annegare le persone nel Mediterraneo, garantendo che il diritto vigente venga di nuovo rispettato:

Chiediamo:

  • La creazione di vie di fuga sicure e legali, affinché le persone non debbano più mettere a rischio la propria vita. #safepassage
  • L’immediata cessazione dei finanziamenti e del sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica e l’abolizione della cosiddetta zona di ricerca e soccorso libica. Esortiamo con forza l’UE a fermare ogni politica volta ad aggirare i diritti umani internazionali e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati esternalizzando respingimenti illegali alla cosiddetta guardia costiera libica, violando così il diritto internazionale dei rifugiati e il diritto marittimo.
  • L’istituzione di un’operazione europea di ricerca e soccorso non militare, con capacità e risorse maggiori del programma Mare Nostrum – anche durante Mare Nostrum migliaia di persone sono morte in mare.23 L’Unione europea può coordinare e finanziare una missione civile di soccorso in mare nel Mediterraneo – se ci fosse la volontà politica. Un programma di soccorso potrebbe essere avviato anche da uno Stato membro UE interessato, dichiarando l’annegamento di massa dei rifugiati una “crisi”. La Commissione europea sarebbe allora obbligata a fornire assistenza. Il meccanismo di risposta alle crisi può essere attivato dalla presidenza del Consiglio o dopo che uno Stato membro ha invocato la clausola di solidarietà.24
  • La decriminalizzazione della fuga e del soccorso civile in mare.
  • L’evacuazione dei campi libici e il reinsediamento nell’UE. L’UE deve riconoscere la propria responsabilità e fermare l’esternalizzazione del regime di frontiera europeo.
  • Il ripristino di porti aperti in Europa – una distribuzione solidale delle persone, basata sui bisogni individuali delle persone coinvolte, deve avvenire a terra e non può essere negoziata a spese di persone in pericolo.
  • L’accoglienza nei comuni – le città e i comuni solidali in Europa devono poter decidere autonomamente sull’accoglienza delle persone.
  • Finché Frontex ed EUNAVFOR MED esistono, deve esistere anche un meccanismo di controllo trasparente che persegua legalmente le violazioni sistematiche dei diritti umani compiute nel corso delle loro operazioni.

 

23 Mare Nostrum è stata una missione militare-umanitaria di soccorso in mare avviata dal governo italiano, attiva da ottobre 2013 a ottobre 2014.
24 https://www.bundestag.de/resource/blob/684132/448a2469a2ed48a9d2710e9f795296af/PE-6-094-19-pdf-data.pdf (ultima consultazione 09.02.2021).

“Non sono rifugiati, sono migranti economici!”

Le persone in fuga sono prima di tutto persone in cerca di protezione. Le persone in pericolo in mare devono essere soccorse secondo il diritto internazionale.25 La storia di fuga di una persona è lunga, complessa e non può essere ridotta a spiegazioni semplicistiche. Di solito inizia molto prima che le persone arrivino in Libia e che noi le incontriamo in mare. Una volta in Libia, in molti casi diventano vittime di tortura, abusi e lavoro forzato. La situazione in Libia non offre vie d’uscita, rendendo spesso la traversata del Mediterraneo l’unica possibilità per sfuggire a queste condizioni.

Nel momento del soccorso, è irrilevante perché le persone intraprendano la traversata del Mediterraneo. Il diritto d’asilo è un diritto umano. Per garantirlo, bisogna assicurare che ogni persona abbia accesso a una procedura equa e possa esercitare questo diritto. Una procedura del genere non può avvenire in mare, ma solo a terra.

Sea-Watch si batte per la libertà di movimento per tutte e tutti. Ogni persona dovrebbe poter scegliere dove vuole o non vuole stare. Sottolineiamo la legittimità delle più diverse ragioni di fuga, tra cui povertà, mancanza di accesso alle cure mediche, guerra e conflitti violenti, persecuzione e mancanza di prospettive. I cosiddetti “migranti economici” spesso fuggono da una politica neocoloniale di sfruttamento da parte dei Paesi del Nord globale. Il desiderio di vivere una vita autodeterminata e autonoma e di costruire il proprio futuro è legittimo. Rifiutiamo la categorizzazione delle persone secondo motivi di fuga considerati validi o meno validi.

 

25 Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, Articolo 98, (1): https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:1998:179:0003:0134:DE:PDF

Non sostenete il modello di business degli scafisti?

Abbiamo già affrontato in dettaglio l’argomento del cosiddetto pull factor. Qui va aggiunto solo questo: il modo migliore per combattere il traffico di persone è creare vie di fuga legali. Questa è una richiesta centrale fin dall’inizio del soccorso civile in mare. Ci battiamo perché le persone possano fuggire attraverso vie sicure e legali, affinché noi non siamo più necessari e gli scafisti non possano mantenere il loro modello di business per mancanza di domanda.

Chi è davvero serio nel contrastare le cosiddette reti di trafficanti deve battersi per vie di fuga sicure. Tutto il resto è fumo negli occhi.

Perché le persone in fuga non scelgono l’opzione più sicura di viaggiare verso l’Europa in aereo o in traghetto?

Questa è precisamente la nostra richiesta centrale: vie di ingresso sicure e legali verso l’Europa per tutte le persone – non solo per chi ha avuto la fortuna di nascere in un Paese con il passaporto giusto. Tuttavia, le persone senza visto o permesso di soggiorno non possono semplicemente salire su un aereo o su un traghetto e attraversare legalmente i confini. Le possibilità di ingresso legale sono quasi inesistenti. Richiedere asilo è possibile solo all’interno dell’Europa, non presso ambasciate o consolati all’estero. Anche il numero di posti di reinsediamento disponibili non è minimamente proporzionato al bisogno reale. I visti sono spesso legati a requisiti finanziari e burocratici elevati, impossibili da soddisfare per persone in emergenza acuta. A ciò si aggiunge il fatto che le strutture amministrative nelle zone di guerra e crisi spesso non funzionano più in modo affidabile. Le persone in fuga sono quindi costrette a tentare la traversata del Mediterraneo per trovare protezione in Europa ed esercitare il proprio diritto d’asilo.

Come posso sostenervi senza salire a bordo?

Dipendiamo dalle donazioni per poter salvare vite nel Mediterraneo anche quest’anno. In particolare le donazioni mensili ricorrenti ci aiutano a pianificare le nostre operazioni sul lungo periodo. Oltre al sostegno finanziario, anche l’aiuto organizzativo è benvenuto. Un grande aiuto è anche diffondere l’idea di Sea-Watch tra amici e conoscenti.

Su “23 000 lives” su Netflix

Dal 17 luglio su Netflix

Produzione e cast

23 000 Lives, del regista Markus Goller e dello sceneggiatore Oliver Ziegenbalg in collaborazione con Michele Cinque, presenta un cast di alto livello: Louis Hofmann (interpreta Lukas Weiland), Mala Emde (interpreta Kitty), Katharina Stark (interpreta Nina), Frederick Lau (interpreta il capo missione Sören), Maria Dragus (interpreta la capitana Viola), Trevor Magaya (interpreta Lamin), Kathy Etoa, Felice, Saibon Wang, Joone Dankou, Merlin von Garnier, Luisa-Céline Gaffron e Omid Memar. Tra i ruoli ospiti figurano Corinna Harfouch, Ulrich Matthes, Franka Potente, Katja Riemann, Frank Plasberg, Herbert Knaup ed Eleonora Romandini.

Prodotto da Neue Flimmer GmbH (Christopher Zwickler) e Sunnysideup Film GmbH (Oliver Ziegenbalg e Markus Goller) in collaborazione con Lazy Film. La scenografia e la musica sono firmate dai premi Oscar Christian Goldbeck e Volker Bertelmann, con Frankie DeMarco alla direzione della fotografia.

Comunicato stampa Netflix

Che impatto può avere una singola persona? In un mondo pieno di crisi, molte persone si sentono impotenti – convinte che le azioni individuali non possano cambiare nulla.

Il film 23 000 Lives, disponibile in esclusiva mondiale su Netflix dal 17 luglio, mostra che è possibile. 23 000 Lives racconta la storia vera di un gruppo di giovani che voleva cambiare le cose. Con il nome “Jugend Rettet” (Giovani per il soccorso), raccolsero fondi, comprarono una vecchia nave e salvarono la vita di 23.000 persone nel Mediterraneo – 23.000 ragioni per cui un po’ di coraggio e umanità possono cambiare tutto. Poi la nave fu sequestrata dalle autorità italiane. L’accusa: favoreggiamento dell’immigrazione irregolare.

Informazioni sul film

Ispirato alla storia vera di Jugend Rettet, 23.000 vite segue un gruppo di giovani che non vuole più restare a guardare mentre innumerevoli persone muoiono nel Mediterraneo tentando di raggiungere l’Europa. Senza alcuna esperienza nel soccorso in mare, avviano una campagna di crowdfunding, acquistano una vecchia nave e con essa salvano la vita di oltre 23.000 persone. Ma ciò che era iniziato come una missione condivisa, spinta da speranza e determinazione, mette presto alla prova la loro idea di ciò che è giusto e corretto.